Veronica Vecellio, una vita con i suoi “gorilla nella nebbia”

E’ la Dian Fossey italiana. Perché sulle orme della famosa primatologa, a 24 anni ha lasciato l’Italia per inseguire il suo sogno in Africa 

«Guardare un gorilla negli occhi, alla giusta distanza. Vicino, ma non troppo, per far si che la bellezza di qualcosa di non umano rimanga inalterato». È il sogno che Veronica Vecellio ha inseguito per anni e che è diventato realtà. Il sogno di una donna forte e intraprendente che pur di stare accanto ai suoi gorilla, appena laureata, ha scelto di lasciare Roma, l’Italia, la famiglia e un fidanzato, e trasferirsi in Africa, l’Africa delle foreste impenetrabili, natura selvaggia e animali.

L’hanno accolta, più di vent’anni fa, le montagne del Virunga National Park, in Ruanda dove Dian Fossey – la primatologa-eroina uccisa nel1985 – aveva fondato nel 1967 il Karisoke Research Center per proteggere e studiare i gorilla di montagna in via di estinzione. Ed è lì che Veronica ha imparato tutto su questi giganti africani che tanto hanno in comune con gli umani, fra le foreste dove vivono oggi i 1.063 esemplari che provano a sopravvivere al bracconaggio, venerati dal governo ruandese che ha finalmente riconosciuto il loro valore e celebrato la loro importanza come prima entrata economica della nazione africana. Ha imparato tutto ispirandosi proprio a Dian Fossey tanto da essere ormai conosciuta come la sua erede italiana.

«So che è così che mi chiamano – racconta in una lunga chiacchierata telefonica con una voce che non ha dimenticato l’italiano, con qualche inflessione della capitale, ma che scivola spesso nell’ormai usuale inglese – ed è un onore, ovviamente. Ma poche persone al mondo sono state capaci di fare quello che ha fatto lei: ha messo i gorilla al primo posto, anche rispetto alla sua sicurezza personale. Da sola ha affrontato autorità locali e bracconieri fino a farsi ammazzare. Ha cambiato l’immaginario collettivo sulla natura dei gorilla ed è grazie a lei che è cominciato quel turismo che ha portato migliaia di persone a vivere un’esperienza che, a detta di tutti quelli che l’hanno vissuta, – ti cambia la vita -».

Veronica oggi ha 47 anni. Ha lasciato Roma a 24 anni con una laurea in scienze naturali presa all’Università La Sapienza. Una ragazza di Roma nord, zona Cassia, figlia di un ingegnere amante delle scalate e della bicicletta e di una mamma che non si è mai opposta al suo «sogno di Africa». «All’inizio non c’erano social e chat. Ci scrivevamo lunghe lettere a mano. E per un po’ ho anche provato con l’amore a distanza. Poi l’Africa mi ha travolto. Era tutto così intenso».

Dian Fossey l’aveva folgorata. «Ero sempre stata appassionata di animali. Volontariato, cose così. Poi vidi Gorilla nella nebbia (il film interpretato da Sigounery Weaver che racconta la vita e la morte della primatologa californiana ndr) e qualcosa si aprì nella mia mente. Da allora non ho più voluto far altro». Le suggestioni del film, la storia appassionante della studiosa americana che rinuncia alla sua vita pur di proteggere i gorilla di montagna, l’aspirazione a “fare nella vita qualcosa di speciale, in un ambiente selvaggio lontano dall’Italia”, fanno di Veronica una giovanissima studiosa in fuga. «Arrivo in Africa 1999 per raccogliere i dati per la mia tesi di laurea e per poi specializzarmi in primatologia con un master. Inizio nella Repubblica Centro Africana dove rimango a studiare i gorilla di pianura, poi mi sposto in Congo e dopo ancora in Gabon. Qui però ho una brutta avventura: ancora inesperta mi avvicino troppo a un silverback (esemplare maschio che può arrivare fino a 200 chilogrammi, ndr) che mi carica e mi morde. Ho una brutta ferita e sono molto, molto spaventata. Mi riportano a casa per curarmi. Ma la paura rimane molta. Per questo, quando faccio domanda al Dian Fossey Gorilla Fund, dove nel frattempo si è aperta una posizione per una ricercatrice, mi prendono, ma mi “affidano” a Titus. Sarà lui il silverback gigante famoso per i suoi modi gentili che seguirò fino alla sua morte avvenuta nel 2009, per vecchiaia».

Con Titus nasce una sintonia perfetta, una simbiosi affascinante, un’amicizia donna-gorilla che li accompagnerà tutta la vita. «Titus era un gorilla eccezionale, a capo del suo gruppo per più di 15 anni. Un leader nato, come non ne ho più incontrati. I gorilla maschi tendono ad essere dei veri e propri bulli, ma Titus era davvero gentile».

Vivere accanto a loro, trascorrere lunghe giornate in attesa di uno sguardo, di un movimento, di un atteggiamento da osservare e da studiare. La vita della primatologa è fatta di tanta natura, di tanto silenzio, di tanto rispetto per questi animali selvaggi, fieri e bellissimi. «Impari a conoscerli guardandoli prima da lontano, a una trentina di metri, poi cominci ad avvicinarti, sempre di più. Ma un certo punto ti fermi. Ti piacerebbe toccarli, avere un contatto fisico con loro, e qualche volta, raramente, accade anche. Ma poi ti fermi, sai che non è giusto. A quel punto accetti di rimanere a cinque, sei metri di distanza, ma sei contento, perché sai che ti hanno accettato». Il metodo per star loro accanto è quello inaugurato proprio da Dian Fossey, rivoluzionario nella sua semplicità: seguire i gruppi di gorilla nel loro habitat senza interferire in alcun modo nel loro quotidiano fino a quando non accettano di buon grado una presenza umana silenziosa e non invasiva. Ma la vita nella foresta accanto a questi giganti che vivono in gruppi socialmente evoluti, non è sempre rose e fiori. «A volte sono dispettosi, a volte aggressivi – racconta la Vecellio che fra i suoi ricordi ha ancora uno scontro tra due gruppi di maschi in mezzo al quale si è trovata, senza volerlo, coinvolta – mi hanno calpestata letteralmente. Non ce l’avevano con me, semplicemente ero nel posto sbagliato. Me la sono cavata con un paio di vertebre schiacciate».

La distanza si annulla con gli occhi. «I gorilla hanno il 98% del Dna umano, le loro espressioni sono le nostre espressioni. Hanno facce imbronciate, serie, divertite. Sanno sorridere. Capiscono chi siamo. Mi riconoscono benissimo e io conosco loro, uno ad uno. So tutto di loro. So chi sono i loro genitori, i loro nonni, i loro figli. E anche adesso che il mio lavoro è cambiato e da qualche anno sono responsabile relazioni pubbliche, cerco di non far passare più di una settimana senza vederli», spiega la Vecellio che in Africa ha ovviamente trovato una nuova dimensione e al Dian Fossey Gorilla Fund una nuova famiglia. «La DFGF è nata come una piccola organizzazione non governativa ad Atlanta, negli Stati Uniti. Ora siamo un gruppo di circa 200 persone divise tra i nostri programmi in Ruanda e in Repubblica Democratica del Congo. Di queste il 98% è, orgogliosamente, africano. Ed è una grande soddisfazione lavorare non solo nella protezione dei gorilla ma anche nella formazione dei biologi locali, in quelli che saranno i futuri conservazionisti. La DFGF lavora a strettissimo contatto con le comunità locali che vivono intorno al parco, alle quali il governo ruandese destina il 10% delle entrate del comparto turistico animato dalla presenza dei gorilla». Una famiglia allargata, dove Veronica Vecellio si è trasformata giorno dopo giorno e con grande determinazione, nella «Dian Fossey italiana» che non smette di amare e curare i “suoi” gorilla: “«Seguiteci su i social Dian Fossey Gorilla Fund International su FacebookTwitter e Instagram. Visitate il nostro website www.gorillafund.org. Se amate i gorilla potrete imparare moltissime cose e, soprattutto, potrete adottarne uno: un regalo bellissimo!».

La Vecellio in Ruanda, dove lavora ai programmi di protezione e conservazione dei gorilla organizzati dal Dian Fossey Gorilla Fund
(@Dian Fossey Gorilla Fund)

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